Più produttive, innovative e qualificate: ecco l’identikit delle imprese esportatrici italiane
Circa 20mila le aziende italiane con le carte in regola per andare all’estero
Le imprese italiane che esportano sono più produttive, investono maggiormente nell’innovazione e puntano di più sulla qualificazione del capitale umano. È il quadro che emerge dall’indagine condotta nel 2026 da Unioncamere e dal suo Centro studi Tagliacarne su 4.500 imprese. L’analisi è stata diffusa in occasione dell’Assemblea dei presidenti delle Camere di commercio in corso a Roma, alla presenza del vice premier e ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani.
“L’obiettivo dell’accordo tra Unioncamere e Maeci è ampliare la platea delle imprese italiane che esportano e rafforzare la loro presenza sui mercati internazionali”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Esiste un potenziale di circa 20mila imprese che potrebbero avviare o sviluppare la propria attività sui mercati esteri. Su queste concentreremo la nostra azione, per accompagnarle nel percorso di crescita internazionale e favorirne l’accesso a nuovi mercati”.
A parità di dimensione, settore e localizzazione geografica, le imprese esportatrici registrano una produttività del lavoro superiore di circa il 20% rispetto a quelle che non esportano. Già all’inizio dell’attività sui mercati esteri, la produttività aumenta di circa il 6% rispetto a quando l’impresa operava solo sul mercato domestico. Il vantaggio competitivo, che porta queste imprese ad avere migliori aspettative di crescita (un'esportatrice su tre si attende un aumento del fatturato nel 2027, contro il 22% delle non esportatrici), si riflette anche nelle scelte di investimento. Nel triennio 2026-2028, il 43% delle imprese esportatrici prevede investimenti in ricerca e sviluppo, contro il 16% delle non esportatrici. Per le tecnologie 4.0 le quote sono rispettivamente del 51% e del 28%, mentre per gli investimenti nella transizione verde si attestano al 47% e al 28%.
Le imprese esportatrici mostrano inoltre una maggiore attenzione alle competenze: il 61% prevede di investire nell’aggiornamento professionale dei dipendenti, contro il 48% delle altre imprese. Una su cinque programma l’ingresso di lavoratori altamente specializzati, più del doppio rispetto alle non esportatrici (20% contro 9%). Anche nell’intelligenza artificiale il divario è evidente: la utilizza già il 26% delle esportatrici, contro il 19% delle non esportatrici.
Le imprese potenziali esportatrici
Il bacino individuato da Unioncamere conta circa 20mila imprese che avrebbero già tutte le carte in regola per esportare ma ancora non hanno avuto l’opportunità di oltrepassare i confini nazionali. In rapporto alle aziende che già esportano nelle rispettive aree, il potenziale relativo è più ampio al Sud: 21 imprese potenzialmente esportatrici ogni 100 già esportatrici, contro 13 nel Centro-Nord.
Il ruolo dei servizi camerali
L’analisi delle imprese che hanno utilizzato i servizi delle Camere di commercio per l’internazionalizzazione mostra risultati significativi. Nel periodo 2020-2024, le aziende beneficiarie hanno registrato una probabilità di iniziare a esportare superiore del 41,4% rispetto alle imprese non servite.
Il valore delle esportazioni delle imprese che hanno usufruito dei servizi camerali è risultato più elevato del 21,8% rispetto alle imprese non servite, con un impatto complessivo stimato tra 600 e 800 milioni di euro di export aggiuntivo. L’effetto è ancora più marcato per le imprese meridionali: per quelle che hanno usufruito dei servizi camerali, l’impatto stimato sul valore delle esportazioni raggiunge il 65,3%, circa tre volte la media nazionale.
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